Meta finale dell’escursione di domenica 7 maggio è stata l’unica fattoria didattica e sociale presente all’interno del territorio comunale di Pordenone: “La vite e i tralci”, di Salvador Valerio.

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Intervista a Salvador Valerio, titolare dell’azienda.

L’azienda è nata ormai quasi 30 anni fa, nell’88/89, come un’azienda di ortofloricoltura, ovvero di coltivazione e produzione di piantine da orto, da fiore e da balcone. In un secondo momento è stata agganciata all’attività commerciale di fioreria. Dopo un periodo in cui è stata affittata e poi inutilizzata, ho sviluppato l’idea di riprendere l’attività, però tenendo conto di un’evoluzione dell’agricoltura: quello verso l’agricoltura sociale.

Mission e tipo di agricoltura
A fine 2015 abbiamo avuto da parte dell’Ersa FVG il riconoscimento di fattoria didattica e sociale. Questo, da una parte, con la fattoria didattica, ci permette di essere aperti alle scuole e di fare dei laboratori all’interno dell’azienda. Dall’altra parte, l’aspetto che fondamentalmente ci interessa di più è quello di essere fattoria sociale. Collaboriamo con l’ASL, con l’ambito territoriale e con altre realtà sociali per inserimenti lavorativi di persone in situazioni di difficoltà. In questi anni sia io che la persona che collabora con me, Giulia, abbiamo intrapreso un percorso di formazione per avere maggiori requisiti per rispondere alle richieste di inserimenti di persone con problematiche difficili. Con persone in borsa lavoro, in realtà, abbiamo iniziato già 30 anni fa, quando ancora non si parlava di fattoria didattica e sociale. Quando siamo partiti c’era una persona che aveva problemi legati all’alcolismo, è stata la prima persona che è stata inserita e siamo diventati amici. Per questa azienda poi sono passate molte persone con borse lavoro. Guardando anche alla mia esperienza personale, sono sempre stato combattuto fra due interessi: da una parte quello verso le piante, i fiori, la coltivazione, dall’altro il sociale. L’evoluzione dell’agricoltura e quindi le fattorie sociali mi hanno permesso di mettere insieme le due cose, il che è un connubio che può dare molta soddisfazione. Le persone svolgono con le piante e l’orto un’attività terapeutica a tutti gli effetti perché la natura risponde immediatamente se viene trattata bene o male: vedere il risultato del proprio lavoro in breve tempo è sicuramente una cosa che aiuta.
L’azienda agricola e commerciale si muove su contesto fiscale-economico e quindi abbiamo bisogno di tenere in piedi un’attività che ci permetta anche di poter svolgere l’attività sociale. Oltre a quello del negozio, qui a Vallenoncello, abbiamo un’altro spazio che viene utilizzato per coltivazioni specifiche. Quel terreno è stato oggetto di esercizi di prova per approcciarci al mercato del biologico. Tra gli obiettivi che abbiamo come azienda, uno è proprio quello di riuscire a creare una collaborazione con gli orti sociali “Le coccinelle”, con la cooperativa Abitamondo che gestisce Casa San Giuseppe e anche con la Caritas per un progetto bio-orticolo. Con queste realtà siamo già abbastanza legati da esperienze che abbiamo fatto per nostra buona volontà e interesse personale, come nel caso dell’orto a San Giuseppe, progetto in cui erano confluite diverse persone a dare una mano: volontari dal quartiere, persone che vivevano a San Giuseppe, compresi i rifugiati, e persone di altre associazioni. Abbiamo visto che c’è molto interesse rispetto alla tematica di orto sociale e al biologico. Tutto quello che riguarda l’aspetto del mangiare e coltivare sano, del salvaguardare la terra anche per le future generazioni rimane comunque uno dei nostri obiettivi. Miriamo a creare una location dove poter fare una produzione completa di biologico. Attualmente, le nostre piantine da orto, pur non essendo trattate con prodotti di sintesi e utilizzando insetti utili, non possono essere definite biologiche per via della coltivazione parallela del fiore, che deve essere bello da vedere e non buono da mangiare a differenza dell’ortaggio. Vorremmo creare una filiera completa biologica: dalla produzione di piantine da orto a quella di ortaggi, puntando alla vendita a km0, soprattutto. La nostra azienda è conosciuta qui sul territorio da diverso tempo. Un paio d’anni fa abbiamo fatto delle piccole prove per vedere anche cosa richiedeva seguire un lavoro di questo tipo: si è innescato un buon meccanismo di richiesta e i prodotti che facevamo riuscivamo a piazzarli. L’obiettivo deve essere creare una filiera dove inserire anche il progetto educativo per persone che ne hanno bisogno, però a fine giornata dobbiamo guadagnare altrimenti rischiamo di non riuscire ad andare avanti. La parte critica del progetto è la sostenibilità del prodotto perché richiede una manodopera enorme e molta energia. L’intenzione è comunque quella di andare in quella direzione e sono convinto che possa anche rispondere alle richieste della gente, perché c’è questa attenzione da parte delle persone, specialmente le più giovani,verso il km0, il biologico e sistemi di acquisto alternativi.
La nostra azienda, più che cambiato il paesaggio, credo che l’abbia mantenuto tale, almeno dove siamo noi: tutti questi alberi intorno li manteniamo proprio perché la biodiversità ci permette di fare meno trattamenti alle piante. Ritengo invece che la nostra presenza abbia contribuito a un cambiamento e stia contribuendo a un cambiamento legato al sistema di aziende aperte al sociale. Un’azienda agricola che si occupava solo della coltivazione adesso magari può fare un agriasilo, una fattoria didattica, può fare mille cose.

Rapporto con i cittadini e le altre realtà del territorio
Per adesso vendiamo solo nel punto di vendita, ogni tanto facciamo qualche vendita all’ingrosso, ma siamo più posizionati sulla vendita al dettaglio.
Nel caso della Casa di San Giuseppe, c’è stato un lavoro di collaborazione intesa come consulenza che poi si è trasformato in amicizia. Quando è iniziato il progetto degli orti sociali “Le Coccinelle” di Marco Pasutto, io me ne sono interessato subito, come fattoria sociale collaboriamo molto con queste iniziative: sono interessanti perché uniscono persone che provengono da paesi e culture diverse. Spesso, semplicemente per il fatto che non sanno dove andare a prendere le piantine, vengono qua. Abbiamo messo in piedi così una collaborazione interessante con le varie famiglie. Per esempio, qualche giorno fa, ho dato disponibilità ad una coppia di persone provenienti dall’Africa che aveva dei semini dal proprio Paese, di venire qui a seminarli; li bagno io, poi loro li prenderanno per trapiantarli nell’orto sociale. Là coltivano biologic, noi facciamo per loro anche consulenze sulle consociazioni che possono essere fatte, organizziamo qualche iniziativa. L’anno scorso abbiamo fatto là dei lavori con delle persone inserite a lavorare in azienda.
A Villa Carinzia ho collaborato in passato come consulente al Giardino Educativo delle Sorprese tramite Laboratorio Scuola, per un paio d’anni. È stata interessante l’esperienza con persone disabili perché l’agricoltura è stata utile per vedere persone riuscire a fare cose che loro non si immaginavano neanche di poter fare: i trapianti, la bagnatura, la cura delle piante in genere, ho visto che ha stimolato più di qualcuno.

Vision rispetto al futuro e alla città
Sono anni che si parla di fattora sociale, ma il fenomeno è così articolato che ci vorrà ancora del tempo prima che entri maggiormente all’interno degli ambiti sociali. fino all’anno scorso noi facevamo parte del Forum delle Fattorie sociali della provincia di Pordenone dove è stato fatto un grosso lavoro di avviamento rispetto all’agricoltura sociale. Adesso che la Provincia non c’è più ci siamo rivolti al forum regionale. Il Forum provinciale si è fermato, però tutta quell’energia, quel cammino che abbiamo fatto, sarebbe un peccato che andasse perso. Come fattoria sociale abbiamo un ruolo che è distinto da quello di un’associazione o di una cooperativa. Noi vogliamo dare anche un aspetto imprenditoriale al sociale. C’è del tempo dedicato alle persone, ma in un contesto economico e quindi io penso che possa esserci una buona collaborazione con il territorio, con una cooperativa, con un’associazione, con l’ambito o con la ASL proprio per questa diversità. È una cosa in più sul territorio, non la vedo come una cosa che posso occupare spazi già occupati ma come una ricchezza. La mia speranza è quello di vedere un po’ alla volta riconosciuto un lavoro che facciamo da anni, anche per avere lo stimolo per poter andare avanti.
Abbiamo bisogno che ci sia riconosciuto anche un aspetto educativo perché nel caso della disabilità o di situazioni di persone che hanno difficoltà personale abbastanza forti, ci viene richiesto del tempo, frutto anche di competenze acquisite con percorsi specifici, che speriamo in qualche maniera prima o dopo ci venga riconosciuto anche, giustamente, sotto l’aspetto economico.