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Domenica 20 novembre 2016

Ritrovo ore 9,00 presso il parcheggio del castello di Caneva

Negli ultimi vent’anni i territori della storica “canipa patriarcale” non sono certo diventati il nuovo “Collio” e le trasformazioni territoriali hanno subito fasi alterne di espansione e crisi. Il fitto particellato dei campi ha sempre inibito la costituzione di grandi aziende agricole e dove queste sono state costituite il disegno del suolo è profondamente cambiato. A Caneva è molto facile notare ambienti ben coltivati a fianco di cave di marmorino e a spazi inselvatichiti. Questi accostamenti creano uno stridore paesaggistico impensabile in altri settori del Friuli Venezia Giulia e forse anche l’incapacità di unire il prodotto ai valori positivi del paesaggio anche quando i prodotti sono innovativi e di qualità come quelli del birrificio Valscura di Sarone. Per questo la riscoperta delle coltivzioni di fico, gli impianti moderni di olivo e i vitigni autoctoni sembrano non essere ancora in grado di dare al paesaggio pedemontano un valore superiore a quello della roccia da cava.

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Percorso

Come arrivare: Per chi arriva dall’autostrada consigliamo di uscire a Sacile Ovest e raggiungere in pochi chilometri la piazza di Caneva. Da qui si sale seguendo le indicazioni turistiche che indicano il castello. A un certo punto bisogna prendere una deviazione stretta a destra che porta al Castello e all’agriturismo al Pissoler, una strada sterrata che conduce al grande parcheggio inghiaiato ai piedi della salita che porta al castello. Lasceremo qui le macchine.

Tempo di percorrenza: 7 ore lunghezza 10 chilometri

Grado di difficoltà: nessuno, perché gran parte del percorso è su strade campestri poco trafficate

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Motivazioni per la scelta dell’itinerario

L’ultima escursione del 2016 si svolge su un tratto di pedemontana investito dai colori dell’autunno. Qui abbiamo riconosciuto alcune iniziative di “nuova agricoltura” che sembrano cambiare rotta ed indirizzo rispetto al passato. In un paesaggio sconvolto dalle cave visiteremo aziende agricole moderne dedicate alla cura della terra con un contrasto di non poco conto.

Alcuni comuni della pedemontana (Polcenigo e Budoia sono riusciti a conservare il loro paesaggio integro dalle grandi erosioni delle cave, Caneva invece ha puntato parte della sua economia sulle attività di demolizione delle rive calcaree un tempo coltivate intensamente. Non sarà facile veder chiudere queste attività anche se lo sviluppo sempre maggiore delle attività di riciclaggio del materiale da demolizione sta riducendo i guadagni per queste attività.

Anche le aziende industriali sentono la crisi ma siamo ancora lontani dal riconoscere che si può ripartire a rilanciare l’economia dell’area proprio dall’agricoltura e dall’allevamento come sta accadendo in altri brani della pedemontana trevisana. Nel  Soligo l’agricoltura di qualità ha progressivamente riconquistato spazio e attrezzato aziende moderne.

Queste aziende sono con la loro carica di trasformazione e innovazione sono le avanguardie di una riscoperta del valore del paesaggio agrario di queste zone?

Descrizione dell’itinerario

Il castello di Caneva oggi sembra sorgere sopra un colle selvatico, oggi segnato da grandi cave, un ambiente molto diverso da quello che doveva presentarsi quando il Patriarca di Aquileia si trovò a fondare una sua fortezza posta nelle mani di un insieme di fedeli armigeri (una abitanza). Il nome della località ricorda la fortificazione per essere anche il centro di raccolta dei prodotti che il territorio e i contadini dovevano fornire al loro signore. Il castello fu posto sopra il colle per essere meglio difeso e si configurava come una densa e fitta cittadina che influenzava tutto l’intorno con le attività agricole. Possiamo ben immaginare che non ci fossero spazi non utilizzati per garantire un minimo di produzione agricola. Un ambiente, quindi, molto diverso da quello che vediamo oggi.

Da qui, percorrendo una stradina ai piedi delle cave, toccheremo un punto particolare della geografia del Col de Fer, il punto in cui il calcare non è più ricoperto da un abbondante strato di terre fertili e che segnava originariamente il passaggio tra il paesaggio dei coltivi e delle vigne a valle, e quello dei prati pascolo a monte.

Qui vedremo come alcune delle originarie aziende mezzadrili si sono evolute costruendo delle filiere produttive centrate sul vino, ma anche sull’olio, sui fichi, ecc

Nonostante tutto ci muoveremo in un ambiente per lo più abbandonato al selvatico, che presenta ancora molti problemi rispetto ai temi della rigenerazione dell’agricoltura.

Percorrendo il colle da Ovest verso Est ci troveremo alti sopra la dispersione insediativa di Sarone che attraverseremo con la vista delle cave per raggiungere il piede dell’ultima cava di Caveva. Qui in un paesaggio dal sapore di non luogo si è insediata una interessante esperienza di produzione di birra di qualità. Nell’ambiente anonimo di un piazzale di cava si assaggiano birre artigianali di grande livello creando uno scarto incredibile nelle percezioni. La cava della LIvenzetta era un luogo di estrazione storico e anche se recentemente è stato demolito la storica fornace per la calce, rimangono ancora alcune opere della presenza proto industriale.

La cava prende il nome dalla vicina sorgente della Livenzetta celebrata in alcuni bellissimi quadri di Luigi Nono come uno dei siti pittoreschi della lettura romantica del paesaggio pedemontano.

I suoi quadri hanno la capacità di evocare il punto esatto in cui la linea delle risorgive tocca quella del piede dei monti descritti come glabri nei suoi dipinti. Oggi la componente paesaggistica che senza dubbio manca è quella dei pascoli che un tempo erano così importanti per la sopravvivenza delle attività agricole.

Questo è uno degli elementi che contraddistingue la pedemontana di Polcenigo e Caneva da quella di Budoia e Aviano oggetto della prima esplorazione della nostra carovana. Li la presenza degli animali è ancora consistente e in parte questi sfruttano ancora i versanti e l’altipiano, qui, invece, l’allevamento ha scarsissimo valore nonostante il censimento del 1868 dimostri che il popolamento degli animali era davvero consistente.

Censimento dell’agricoltura del 1868

  cavalli muli asini tori vacche giovenche buoi vitelli bufali pecore capre Maiali
Caneva 51 46 27 2 389 78 300 530   767 18 182
Polcenigo 22 8 63 2 599 19 354 172   930 51 145

 

La popolazione di pecore e capre era in quel momento in diminuzione rispetto al periodo di antico regime, mentre i bovini stavano aumentando perché oltre ad usarli per il lavoro dei campi (vedi il numero consistente di buoi) si cominciavano a tenere in stalle le vacche per produrre il formaggio vaccino.

Nonostante le forti produzioni agricole durante l’estate permettessero di garantire l’allevamento di diversi maiali, questi non raggiungevano il numero delle famiglie insediate. L’allevamento del maiale nella corte agricola, a differenza di quello antico e pastorale diventava nel villaggio uno status simbol.

Se fin dal medioevo o poco dopo si pensò di costruire mulini già sulle sorgenti della Livenza sfruttando il fatto che la portata d’acqua era costante, le vasche di carico solo nella seconda metà del Novecento diedero l’occasione, qui come altrove, di pensare allo sfruttamento dell’acqua per allevare trote. Alla sorgente della Livenzetta è successo proprio questo. Da luogo romantico si è trasformato in un luogo di produzione. Oggi l’attività di allevamento è indirizzata verso la produzione di trota biologica e a questa è affiancata una attività di ristorazione.

Dalla Trota Blu percorreremo con attenzione la strada provinciale per raggiungere la più famosa delle sorgenti del Livenza, quella della Santissima, che visiteremo seguendo il percorso delle opere di land art di Humus Park.

Il sito del Palù e importante ancor di più per alcuni caratteri invisibili da un punto di vista paesaggistico. Camminando a fianco delle acque noi ci muoveremo su terre solide che così non erano qualche migliaia di anni fa. Terre da circa un secolo regolate da un sistema artificiale di paratoie che permette di controllare la quantità di acqua in questo polmone di verde liquido. Ma in età neolitica questo spazio era un grande lavo poco profondo, nel quale era insediato un villaggio palafitticolo. L’acqua garantiva cibo, ma soprattutto la sicurezza rispetto agli animali selvatici.  Il paesaggio del primo insediamento in questa zona era completamente diverso. Qui l’uomo si confrontava ogni giorno con la necessità di espandere le proprie iniziative di colonizzazione agricola e il pericolo di un ambiente ancora selvaggio. Questi valori ora sono riconosciuti dall’inserimento dell’area che attraverseremo nel patrimonio dell’Unesco.

Da qui, scendendo lungo il primo tratto del Livenza raggiungeremo la zona delle marcite ripristinata alcuni anni fa dalla Provincia di Pordenone e ora trasferita al servizio regionale che si occupa di parchi e biodiversità. In effetti anche qui la costruzione nella seconda metà dell’800 di uno speciale ambiente antropico ha provocato la costruzione di un ambiente naturale del tutto speciale. Oggi questo spazio e la sua specialità di prateria umida a confine con quello che resta delle praterie aride versa in uno stato di crisi. Le opere di adduzione sono ancora presenti ma nessuno irriga questi campi con le modalità dell’agricoltura foraggera della bassa milanese.

Dalla confluenza della terza sorgete del Livenza attraverso il Gorgazzo raggiungeremo il colle di San Floriano che negli anni ’70 divenne Parco Agricolo con un anticipo incredibile rispetto ai temi dell’educazione al valore dell’agricoltura.

Anche qui la crisi dell’ente intermedio e il trasferimento di competenze alla Regione ha fatto si che il colle, proprietà della Fondazione Bazzi, fosse di fatto abbandonato. Da circa due anni la fondazione lo ha affittato a una cooperativa, la Controvento di Mestre che ci ospiterà nella seconda foresteria per presentare il nostro nuovo libro e per finire la giornata mangiando un po’ di cibo prodotto nel parco agricolo, che oggi si sta lentamente trasformando in una azienda agricola di valore.

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Alcuni dei prodotti che incontreremo

 

Figo moro

Una presenza vegetale importante nel paesaggio della pedemontana è quella del fico che in questa zona ha un carattere particolare, con piante a portamento basso e frutti piccoli, a goccia e con buccia scura.

Una testimonianza storica ci ricorda come il fico qui e in Friuli contribuisse alla economia delle famiglie come cibo per gli animali: “Ficus carica L. Urticee. Fico, fr, Fijàr la pianta, il fruttò. — Si possono dare le foglie ai bovini. I frutti guasti si danno ai maiali od altri animali e possono servire per ingrassare gli uccelli di bassa corte. Dopo estratto il mosto vinoso dalle frutta, i residui sono mangiati volentieri dai ruminanti”[1].

Recentemente un consorzio si è mosso per cercare di dare a questi esemplari una nuova utilizzazione potenziando la produzione e caratterizzando questo prodotto tra quelli tradizionali tanto che l’ERSA lo ha riconosciuto. (http://www.ersa.fvg.it/divulgativa/prodottitradizionali/vegetalinaturaliotrasformati/figomoro).

Il figomoro è stato così rilanciato

 

 

Il verdiso

Il vino verdiso era molto diffuso nella pedemontana sacilese e cenedese, ma negli ultimi anni la sua piantagione è quasi del tutto scomparsa a favore del debordante prosecco. Nell’800 la situazione era del tutto inversa. L’azienda Agricola Col de Fer è una delle poche che continua ostinatamente a proporre questo vitigno tradizionale

 

La birra

Nel pordenonese, storicamente, le birrerie erano un fatto urbano. A Pordenone e a San Vito la Birra Pordenone, Birra Momi, facevano scuola proponendosi anche con gli spacci locali, esattamente come a Udine la Moretti. L’acqua era quella di pozzo della zona delle risorgive della città. Un’acqua in parte compromessa. Per contro la birreria Val Scura, una delle migliori della provincia, propone la sua particolarità centrando l’attenzione proprio dall’acqua che scaturisce dal compatto altipiano calcareo del Cansiglio. Cultura della birra e prodotti sono invece tutti esogeni al territorio.

 

Le marcite

Durante l’escursione visiteremo anche le marcite del Gorgazzo-Livenza. Queste opere che permettevano di produrre molto più foraggio arrivarono in questo settore del territorio solo sul finire dell’800 su pressione degli agronomi più moderni come ricorda questo comunicato dell’Associazione Agraria Friulana: “Si è già annunciato nel Bullettino come, alla prossima adunanza generale dell’Associazione agraria Friulana, la Presidenza intenda di proporre  che a spese dell’Associazione stessa vengano nella imminente primavera inviati  in Lombardia alcuni dei nostri più intelligenti contadini (una diecina od anche di più) allo scopo di far loro vedere in pratica i vari sistemi di agricoltura perfezionata e quelli in ispecialità che concernono le irrigazioni e le marcite, per cui la detta regione è, non solo in Italia, ma in tutta Europa tanto meritamente celebrata”[2].

 

L’olivicoltura

Negli ultimi anni vediamo come sulle colline di Caneva e Polcenigo ricomparire estesi impianti di olivo che erano stati messi in crisi dalla cosiddetta “piccola era claciale” sviluppatasi tra il XVI e il XIX secolo. Nella sentire comune si fa riferimento a una improvvisa scomparsa dell’olivo nella pedemontana a causa delle gelate del febbraio del 1929, ma fino a quella data si continuava a ricordare un’altra tremenda gelata, quella del 13 febbraio del 1782: “La zona  udinese che dal territorio a est di Cividale va pel Collio  sul Goriziano, si dedicò sempre alla cultura dell’olivo, e per ritrarne frutta è per taglio di rami ricercati alla vigilia della festività delle Palme.  Anni fa si fecero molte meraviglie per il prezzo eccessivo che si pagarono i rami d’olivo in occasione della festa delle-Palme (…) e l’effemeride di oggi si riferisce precisamente al gran freddo del 13 febbraio 1782 e conseguente danno alla produzione degli olivi come ne parla Sturolo («Delle cose di Cividale»  e Manzano (Annali, vol. VII)”[3].

 

Le aziende che visiteremo

Agriturismo Al Pisoler

Si tratta di un recente agriturismo che fa capo a una azienda agricola che ha terreni e coltivazioni distribuiti anche lontano dal sito. La specialità dell’azienda è centrata sulla produzione di carne di fagiani e maiali, che integra con pollame e altri animali di bassa corte.  Tutta l’azienda è centrata nella produzione di prodotti per la vendita e il consumo nell’agriturismo.

 

 

Rive Col del Fer

Nata come una azienda vitivinicola sta ora differenziando la propria produzione integrandola con l’olio e il figomoro. Fin dall’inizio si è caratterizzata per la vendita diretta del prodotto e lo stasso sta facendo con le nuove produzioni, quella dell’olio e quella del figomoro. In questa nuova immagine dell’azienda si fa molto conto sulla proposta che tutti i prodotti sono manufatti, esaltando, per esempio la raccolta a mano.

 

Az. Agr. Bruno Casagrande

L’azienda costruita da un importante imprenditore pordenonese anche per differenziare gli investimenti ha assunto fin da subito un carattere di innovazione per la produzione di vino e olio biologico. E’ senza dubbio la porzione della piccola collina più strutturata e ridisegnata dall’agricoltura. Anche in questo caso è interessante segnalare la presenza di uno spaccio interno dei prodotti aziendali.

 

Birrificio artigianale Val Scura

Nel pordenonese il birrificio Valscura è uno dei migliori anche se come per gli altri l’impatto sull’agricoltura è decisamente piccolo. Infatti la quasi totalità dei mastri birrai del Friuli Occidentale importa materia prima dal Nord Europa e non ha costruito una filiera locale. Questa incapacità di alimentare con l’agricoltura una produzione agricola orientata per la fabbricazione della birra era una critica che veniva fatta ancora nell’800. Sarà una questione da dibattere anche con i produttori mentre osserveremo lo strano paesaggio postindustriale che fa da contorno allo spaccio.

 

Trota Blu

Trota Blu srl è un ristorante, ma ancor prima un allevamento. Le due strutture si sono unite nel 2013 e sfruttano il prodotto locale e quello degli allevamenti Salvador.L’allevamento è uno dei pochi che può vantare la certificazione bio, ed è il solo ad avere questo riconoscimento in regione. L’azienda ha sviluppato anche una importante filiera di cibo per le mense scolastiche.

 

Per partecipare

La passeggiata si svilupperà per lo più su stradine campestri e sterrate quindi sono sufficienti scarpe da passeggio o da ginnastica. L’itinerario non è circolare ma lasceremo alcune auto al parco per riaccompagnare gli autisti al punto di partenza.

L’escursione prevede una camminata lenta di circa sette ore priva di difficoltà.  Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni.

Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile soprattutto in considerazione delle previsioni del tempo.

Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Luoghi&Territori non sono gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

 

Numero massimo di adesioni: trenta con obbligo di prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni:

Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, moreno.baccichet@gmail.com

Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione www.luoghieterritori.wordpress.com

Ringraziamo per il prezioso aiuto la Regione Friuli Venezia Giulia

[1] Le piante foraggere, “Bullettino della Associazione Agraria Friulana”, s.III, V.III, n.21, 17 maggio 1880, 164

[2] Escursioni agrarie primaverili, “Bullettino della Associazione Agraria Friulana”, S.III, V.III, N.10, 8 marzo 1880, 73

[3]  Danni agli olivi In “Il Paese”, 18 febbraio 1908