Domenica 24 luglio 2016

Ritrovo ore 9,00 in piazza a Caneva

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Complice la facile geografia delle terre alte di Caneva e Polcenigo, servita dal 1877 da una importante strada diretta al Cansiglio, le malghe dell’altipiano hanno avuto una continuità d’uso dal XVII secolo fino ad oggi. Alcuni anni fa la crisi di questa attività fu contrastata con un progetto di valorizzazione del formaggio di malga e una generale ristrutturazione delle casere pubbliche. Nel complesso delle diverse esperienze produttive legate al settore caseario oggi ci sono esperienze tradizionali e altre più moderne, come quella di una fattoria didattica estiva (Fossa di Sarone). Visiteremo poi Malga Costa Cervera, Casera Fossa di Bena, Casera Cercenedo.

Percorso

Come arrivare: Per chi arriva dall’autostrada deve uscire a Sacile Ovest e prendere in direzione Caneva. Il centro è a pochi minuti dall’uscita. Chi invece viene dalla Statale deve raggiungere Sacile e poi prendere per Caneva. I ritrovo  è presso i parcheggi della piazza dove smisteremo le auto per salire all’altipiano con il minor numero possibile di veicoli. Chi dovesse arrivare in ritardo dalla Piazza di Caneva deve prendere la direzione Cansiglio e raggiunta la località Gaiardin , sull’angolo della Casera del Titti deve prendere la piccola strada a destra e percorrerla per circa 5 chilometri fino alla Casera Busa di Sarone, località dalla quale parte e arriva l’escursione.

Tempo di percorrenza: 8 ore lunghezza 10 chilometri

Grado di difficoltà: nessuno, perché gran parte del percorso è su strade campestri poco trafficate. E’ previsto solo un breve tratto fuori sentiero in bosco.

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Motivazioni per la scelta dell’itinerario

Molte volte ripetiamo che contrariamente all’adagio che descrive i prodotti della monticazione alpina i formaggi che conosciamo oggi sono in realtà un prodotto che vanta una storia brevissima, di meno di un secolo. Nell’orizzonte antropologico della pedemontana il formaggio si divideva in due tipologie, quello delle latterie sociali del pedemonte prodotto da casari istruiti e quello prodotto d’estate nelle malghe in modo approssimativo dai pastori. I primo era il frutto di un latte ottenuto prevalentemente da fieno, mentre il secondo dal pascolo su erba fresca. I due prodotti erano moto diversi tra loro seppure la forma sembrasse uguale.
Quello che vale la pena precisare è che questa memoria diffusa si riferisce a un periodo molto recente. Le latterie cominciarono a sorgere nella pedemontana all’inizio del ‘900 e persino l’istituzione delle malghe non è antichissima. Come abbiamo dimostrato per la zona di Aviano i comparti chiusi e stabiliti del pascolo vengono prescritti dallo stato veneziano alla fine del XVII secolo quando diventa importante definire gli spazi da mettere a disposizione della produzione di carbone da legna e quelli dell’allevamento. Per di più fino a quel momento la transumanza non era organizzata e gli animali che potevano raggiungere praterie prive di ricoveri erano solo le pecore e le capre.

Possiamo facilmente credere che fino alla fine del ‘600 la ripida scarpata era percorsa solo dai lanuti, mentre le vacche rimanevano in paese. Qui la produzione del formaggio non era organizzato in modo cooperativo e ogni famiglia trattava i suo latte in cucina. Questo vuol dire che non c’erano volumi di latte da lavorare da permettere la produzione di formaggio in forma e la diffusa presenza di caprini e ovini ci fa credere che invece i formaggio prodotto fosse molle e misto, da conservare in salamoja e inadatto alla stagionatura.

Questo fu un periodo particolarmente difficile per le comunità locali che aumentarono sempre più la oro dimensione innescando la prima fase di emigrazione regionale. Non a caso uno dei primi articoli sull’emigrazione ricordava chi se ne era andato dal distretto di Sacile[1].  Nel 1878 erano emigrate 34 famiglie,  16 erano di Caneva e dieci di Polcenigo. Tra quelle di Caneva  migravano alcuni artigiani: un falegname, un muratore  due carbonai. Non si trattava di una emigrazione per povertà, ma cercavano fortuna: a Caneva “delle sue sedici famiglie emigrate tre soltanto ne aveva che stentavano colle difficoltà della vita. Alle altre tredici non bastava di potersene onestamente difendere”.

Qui sotto riportiamo i dati di due storici censimenti degli animali a Caneva e a Polcenigo fatti all’epoca della Repubblica di Venezia e pochi anni dopo l’unità d’Italia. Questi tendono a dimostrare che a fronte di un consistente aumento della popolazione non c’era stato un corrispondente aumento degli animali perché non era possibile aumentare la produzione per la loro alimentazione. Le paludi di Caneva e Polcenigo erano state attrezzate per produrre foraggio, da secoli i versanti erano colonizzati con stalle e casere. Il bosco era quasi scomparso per aumentare le superfici a prato, ma tutto questo non era sufficiente e non c’erano altri spazi da colonizzare. Molti bovini erano in realtà buoi e garantivano la forza per il lavoro sui campi. Le famiglie più povere usavano anche le vacche per le arature.

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  abitanti equini bovini pecore capre Maiali
Caneva 1768 1140 32 352 301 60  
Caneva 1868[2] 5151[3] 124 877 767 18 182
Polcenigo 1768 1899 59 962 1067 200  
Polcenigo 1868 4729[4] 93 974 930 51 145
             

 

Pecore e capre erano gli animali tra i più diffusi, mentre nell’ultimo secolo hanno subito una radicale riduzione. A partire dall’800 anche i bovini, più piccoli e agili rispetto alle razze attuali, cominciarono a raggiungere l’altipiano ormai attrezzato con le casere.  Diventava sempre più importante allontanare dalle stalle gli animali più voraci per ricostruire le scorte foraggere. La razza diffusa ai piedi dell’altipiano era la grigio apina come ci ricorda uno studio dell’inizio del ‘900: “Caneva:razza alpina, esclusivamente”.  Non era poi molto diverso il caso di Polcenigo “razza alpina. Fino a pochi anni fa, funzionò nel comune un toro Simmenthal (di proprietà L. Zaro) importato dalla Svizzera. Lo si accoppiava con le vacche locali, ma il meticciamento cadde presto in disfavore”[5].

Questa trasformazione comportò anche un’opera di attrezzatura delle malghe. Si dovettero costruire stalle diverse, adatte ai bovini che dovevano essere ospitati in stalli paralleli, e casere che erano dei veri caseifici perché l’aumento del latte richiedeva caldaie più ampie. Quello che era il paesaggio e l’attrezzatura di una malga prima della prima guerra mondiale è ben descritto nel primo saggio organico sulle casere del Friuli.

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Una ricognizione nella zona del Cansiglio nel 1916

L’indagine di Giovanni Battista De Gasperi sulle Casere del Friuli ci da un quadro speciale dell’area oggetto del nostro studio: “L’orlo orientale dell’altopiano forma una specie di larga dorsale corrente da nord-est a sud-ovest, a superficie irregolare, per l’enorme sviluppo di doline, valli cieche ed altre forme carsiche. Bene spesso le casere si trovano in qualcuna di tali conche chiuse. Il limite superiore naturale del bosco non è visibile da questo lato ove un intenso disboscamento l’ha portato a 1450 m. circa; sul versante occidentale del Cavallo va a 1750; sul pendio orientale il bosco manca, affatto.
Sulle scarpate dell’altopiano guardante la pianura friulana le abitazioni permanenti più alte sono al paese di Mezzomonte, a 477 metri; gli stavoli vanno fino a circa 800 metri. E’ difficile dalla carta discernere gli stavoli dalle casere, perché anche i primi son chiamati impropriamente, in questa regione, col nome di casere: comunque credo che il seguente elenco sia sufficientemente esatto: Paluzza 787, Pian delle Case 909, Pizzocco 1003, Fossa di Bena 1041, Brusada 1050. Foradòr 1065, Gastaldia 1075, Val di Lama 1089-1110, Zervera 1100, Fossa Saroni 1115, Cercenè 1145, Boz 1150, Sauc 1155, Bravìn 1160 circa, Sponda alta 1212, Busa Figariol 1250,  Bachèt 1267, Busa Bernardi 1275, Grizzo 1280, Giais 1281, Malnisio 1326, Masonìl Vecchio 1334, Tarsia 1337, Ceresera 1375 circa, Col delle Paise 1380, Campo 1425, dietro Castellat 1435-1473, del Mur 1500, della Valle 1550. L’altezza media fra le due casere estreme (787-1550) è m. 1168; fra tutte quelle elencate 1228. (…)

Le casere dei piani del Cansiglio e di Valmanera. — Per alcuni particolari costruttivi che si conservano senza eccezione in tutte le casere dei ripiani erbosi del bosco del Cansiglio, esse vanno riunite in un tipo unico. I fabbricati sono essenzialmente due: la camera e la stala. La casera è in muratura, coperta dì lastre di pietra embricate, più di rado di assicelle inchiodate; solo alcune, di recente rimodernate, di tegole (copi). L’interno è diviso in due ambienti; talora ve n’ ha un terzo, con ingresso proprio, adibito a ricovero dei maiali (la stala dei porzei). Dalla porta della casera si entra nella prima stanza, che serve ad uso di cucina, per il deposito e la lavorazione del latte e come dormitorio per i pastori.

Accanto all’ingresso è la busa del fogo (buca del fuoco), fossa rettangolare, lunga quattro metri, profonda uno, con panche (banche) fisse all’ingiro da tre lati. A qualche metro sopra la busa è saldato un largo tramezzo orizzontale a graticcio (rizza) sul quale si pongono ad affumicare le ricotte.

Nella parte più interna della casera un tramezzo di muro che non arriva al tetto, divide dalla cucina il casèrin, piccolo locale coperto da un tavolato che, con poca paglia, forma il letto (la tàbia) dei pastori. Nel caserìn, su apposite assi fisse alle pareti, si conserva il cacio.

Fra la busa del fogo e il caserin i due muri opposti della casera sono perforati da due serie di pertugi a feritoia, accostati gli uni agli altri, presso ai quali, su appositi sostegni, si mettono le scodelle del latte che va scremato. La opportuna disposizione di tali fori (bòcole = bocchette) sostituisce abbastanza ingegnosamente, se non del tutto bene, il caserìn del làt, delle prealpi Clautane. L’armatura interna del tetto (cuèrt) è formata da travi annerite dal fumo, assai robuste, quali si conviene al sistema di copertura in uso, che rende il tetto assai pesante. Oltre che dalle bòcole la casera è arieggiata da piccole finestre senza imposte. Manca al solito un camino, per cui il fumo esce dalla porta.

Accanto alla casera, ed a ridosso di questa, è la stala (stala de le vache), fabbricato più piccolo con tetto a due spioventi coperto da rozze scandole non inchiodate. Uno dei lati maggiori ha tre o quattro aperture d’ingresso, chiudibili con una imposta di assi sconnesse, mobile.

L’interno, corrispondentemente agli ingressi, è diviso in tre o quattro riparti da pochi pali ritti che reggono alcune trasverse.

Davanti alla stalla le deiezioni sono sparse sul prato (masonìl) senza regola.

Le casere dell’orlo orientale degli altipiani del Cansiglio e del Cavallo. — Sono caratterizzate dal tetto di paglia a due spioventi che giungono fin quasi a terra. Le mura sono a secco, prive di cemento; mancano finestre; unica apertura la porta aperta sulla facciata anteriore, un po’ lateralmente. Nell’angolo accanto la porta è la busa del fogo, in tutto simile a quella delle casere del Cansiglio. Anche qui la caldaia pende dal braccio sporgente dalla mussa. Sopra al bus del fogo sta il graticcio (gardizz) per affumicare le ricotte. Un tramezzo di tavole, coperto di fieno, messo orizzontalmente all’altezza del vano del tetto, costituisce il giaciglio dei pastori; vi si accede con una scala a mano. Lungo le pareti e su un sostegno isolato nel centro della casera, apposite assi servono a tenere il formaggio. Le stalle sono separate dalla casera; ogni malga ne possiede più d’una, fino a quattro o cinque. Viste dall’esterno sono affatto simili alle casere; all’interno hanno un unico locale, salvo alcune nelle quali un tramezzo orizzontale separa una specie di solaio ov’è tenuto il fieno per i giorni piovosi. In questo sottotetto si entra da una porta-finestra, aperta dal lato posteriore, che, grazie al pendio della montagna, viene a trovarsi a livello del terreno. Tanto nella casera del foc, che nelle stalle, il tetto è sostenuto da una prima armatura di travi inclinate che si appoggiano su una trave longitudinale mediana e sui muri laterali. Sopra queste stanno dei correntini orizzontali a distanza di 40-50 cm. Su essi poggia direttamente la paglia, eccetto che al di sopra del focolaio ove un tavolato serve da difesa contro gli eventuali incendi.

La cas. La Fossa descritta dal Marinelli (Monte Cavallo) è divisa in due ambienti, separati da un tramezzo di frasche; un primo, ove si trova il focolare viene detto casellin del fogo; un secondo serve per il deposito del latte e formaggio e vien detto casellin del latt. In questa casera v’è quindi già la tendenza a distinguere i due ambienti che troviamo nella casera carnìca, cosa che non è nella Casera Sciosi sopra descritta come tipo di quelle dell’orlo Cansiglio-Cavallo” [6].

Questa lunga descrizione coglie l’ambiente in formazione delle maghe e del tipo edilizio delle casere con modalità d’uso del tutto simili a quelle che abbiamo descritto per la zona avianese: “nelle malghe dell’orlo orientale del Cansigio-Cavallo avviene pure che il pascolo sia frazionato in più di una affittanza in modo che le casere si trovano a gruppi”.  In pratica l’ambiente economico e produttivo era lo stesso come pure le modalità di uso del suolo.

La malga era quindi un aggregato di piccole costruzioni con tetti a ripidi spioventi in paglia che alla fine costruivano quasi il paesaggio di un piccolo villaggio che iniziava ad essere abitato alla fine di maggio, in anticipo rispetto alle strutture delle valli interne delle Prealpi.

La forma dei comparti di pascolo e soprattutto quella delle architetture che compongono le attuali casere vanno riferite a una generale opera di riorganizzazione dei pascoli comunali portata a termine dopo del primo dopoguerra. Come noteremo con le casere che hanno subito meno trasformazioni e restauri (vedi Sponda Alta) il tipo edilizio fu totalmente riformato costruendo un unico edificio che affiancava la casera costruita su due piani con l’uso di murature a paramento verticale con l’uso di malta di calce, con l’ampia stalla da vacche. Entrambi i corpi di fabbrica finirono per avere un tetto a due falde con una pendenza non spiccata perché i comuni fecero arrivare in quota le prime forniture di coppi.

Un ambiente e una dinamica insediativa così particolare hanno prodotto un conflittuale rapporto tra superfici boscate e praterie artificiali. Fin dal neolitico si sono conquistati gli spazi per l’economia dell’erba riducendo quelli del bosco. Questa progressiva operazione di salita dei pascoli verso monte è testimoniata anche da due importanti toponimi che caratterizzavano due praterie e oggi sono attribuiti alle casere del XVIII secolo: Brusada e Cercenedo. La prima registra in modo esplicito l’opera di disboscamento attraverso l’incendio per aprire radure per gli animali, mentre i termine cercenedo ci rimanda alla pratica di far morire alberi e arbusti in piedi asportando anelli di corteccia. Le aree secche venivano poi incendiate più volte. Questa operazione di espansione dei pascoli ai danni de bosco finì nel momento in cui il bosco divenne una risorsa, quindi in età veneziana. I boschi comunali venivano affittati ai carbonai che producevano combustibile per la serenissima e in quell’occasione cominciarono a essere presi i primi provvedimenti per impedire il pascolo in bosco e la progressiva scomparsa della risorsa legnosa. I boschi erano fino a una cinquantina di anni fa molto diversi da come li vediamo oggi. Per cominciare non c’erano molti grandi alberi maturi. Il bosco era coltivato a ceduo e tagliato a zero con una certa frequenza, a rotazione. Ancora oggi si incontrano nel bosco dei ripiani orizzontali costruiti dai boscaioli per realizzare le pire per la combustione e i resti dei ricoveri dei boscaioli. Ne visiteremo uno quasi alla fine della nostra escursione.Un po’ di Storia del paesaggio agrario

Se guardiamo qualche foto storica dell’altipiano il contrasto tra le superfici boscate e i deserti rocciosi dei pascoli attrezzati ci raccontano del progressivo e straordinario sfruttamento prodotto dal carico di animali un tempo presente. Oggi la situazione è del tutto diversa. I boschi comunali sono stati indirizzati verso una coltivazione a fustaia e i prati hanno subito una riduzione di carico al punto che le aree meno produttive si stanno rimboschendo. Dopo secoli siamo in presenza di un processo del tutto opposto a quello antico. La riduzione delle superfici pascolate sta riducendo progressivamente le praterie a favore della boscaglia. Le malghe sono rimpicciolite e molto spesso la loro dimensione ridotta le rende poco produttive.

Eppure qualcuno si ostina ad allevare in quota proponendo prodotti nuovi e altri tradizionali. Per esempio il fatto che a Fossa di Bena dal 2010 ci sia la presenza di un gregge di un centinaio di capre camosciate propone pone il tema di un prodotto del tutto nuovo per queste zone (il formaggio caprino) e l’esperienza di nuove forme di allevamento che si oppongono meglio all’avanzata del bosco.

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Descrizione dell’itinerario

L’escursione inizia dal parcheggio lungo la strada dorsale del Cansiglio di fronte a Casera Fossa di Sarone. Il percorso si muove quasi esclusivamente su strada sterrata e in qualche tratto anche pavimentata. Si percorrono cos i territori che fino all’inizio dell’800 erano stati caratterizzati da ampie praterie e che verso la metà del secolo scorso sono stati interessati da estese piantagioni artificiali di bosco. Non è difficile scorgere questi boschi di nuova formazione perché molto spesso la forestale, in considerazione dei suoi inariditi dal pascolo, propose piantagioni di abete rosso in un’area che invece ha una vocazione naturale per la faggeta. In altri casi il bosco si è sviluppato a seguito dell’abbandono delle pratiche del pascolo sulle aree più rocciose. Questo vuol dire che il bosco è cresciuto riducendo il pascolo ai prati con maggiore ricopertura di suolo, quindi ai settori più fertili degli originari comparti. Questo processo durato quasi un secolo ci restituisce oggi un ambiente pastorale frammentato e concentrato soprattutto nelle principali “fosse”, cioè in aree caratterizzate da doline protette dal vento e dal dilavamento. Come abbiamo spiegato prima questo paesaggio è il frutto di una lenta trasformazione e i resti delle storiche strutture edilizie del XVIII secolo  si vedono ancora a vote sui prati rimasti o all’interno dei boschetti di nuova formazione.

Appena lasciata la prima “fossa” si raggiunge la seconda dolina, quella detta di Bena. Qui ci faremo raccontare da conduttore i motivi che lo hanno portato a introdurre la capra in un territorio che storicamente era stato delle pecore e poi delle vacche. Anche in questo caso noteremo come gli edifici novecenteschi siano stati posti sul fondo della dolina dove si poteva raccogliere l’acqua in ampi bacini impermeabilizzati artificialmente.

Da Fossa di Bena saliremo verso la casera di Costa Cervera interecettando un importante belvedere sula pianura in occasione dell’arrivo di due importanti strade dal piano. Una era la storica e medievale strada che collegava Coltura di Polcenigo passando per la chiesa di San Michele e il Boscadello, con il Cansiglio, l’altra è invece a strada pavimentata che un imprenditore del legno  costruì nella prima metà dell’800 per trasportare a valle il legname.

Casera Costa Cervera è pure posta in una dolina e qui le sorelle Celant fanno un prodotto molto legato alla tradizione del primo novecento.

Da qui piglieremo un breve tratto del sentiero CAI che ci permetterà di raggiungere la parallela strada sterrata che ci ricondurrà in territorio di Caneva all’interno di un paesaggio che da mezzo secolo si sta lentamente riconvertendo in bosco. Qui la maggior parte delle casere è stata abbandonata e le piante indirizzate verso una fustaia di faggio. Si cammina quindi all’interno di un grande manufatto modellato dal’uomo.

Lungo a stradina bianca raggiungeremo Malga Sponda Alta sempre meno pascolata e destinata a chiudersi progressivamente se non ci saranno processi contrari di utilizzo. Da qui scenderemo verso la Crosetta per raggiungere casera Cercenedo. Questo pascolo di Caneva è proprietà del comune di Cordignano e oltre ad offrire una emozionante visione su Vittorio Veneto presenta alcune pratiche di recupero della produzione casearia anche se ancora timide.

Da casera Cercenedo rientreremo verso Fossa di Sarone attraverso un tratto del sentiero storico , per poi raggiungere l’agriturismo attraverso il bosco. Qui è possibile rintracciare piazzole carbonili in mezzo alla fustaia che testimoniano come nel tempo sia cambiata la potenza della componente vegetale.

 

Le aziende che visiteremo

L’ex Comunità montana ha fatto iscrivere questa speciale e moderna forma di formaggio nella lista dei “Prodotti agro – alimentari tradizionali” (D.M. 350/99), con la denominazione “Formai de

Malga” nel tentativo di tutelarne l’unicità. In questo modo si sono potute garantire le modalità tipiche di una produzione moto diversa da quella del caseificio classico. Di fatto il atte si lavora ancora nel grande paiolo e lo si cuoce a fuoco di legna.

Fa sorridere il fatto che persino l’Ersa nell’evocare un passato che questo prodotto non ha lo definisca “formaggio tradizionale delle malghe friulane, la cui attività è nota fin dai tempi de Patriarcato di Aquileia (XI-XV sec.)”

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Casera Fossa de Bena

La casera dal 2010 ospita un gregge di capre che per i resto dell’anno è ospitato a Polcenigo. L’azienda agricola di Giovanni De Conti ha introdotto quindi una pratica del tutto nuova sull’altipiano proponendo un nuovo cibo e vincendo non pochi dubbi e problemi. L’azienda vende anche sul luogo i suoi prodotti.

Giovanni De Conti  cell 338 90 99 266

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Casera Costa Cervera

Anche Casera Cervera è posta in comune di Polcenigo ed è gestita dalla giovane Annalisa Celant e da sua sorella. La loro famiglia gestisce questo pascolo da generazioni e la proposta alimentare della famiglia è quanto di più tradizionale ci possa essere. Formaggio di vacca, ricotte fresche e affumicate.

Annalisa Celant 0434 74 89 14 cellulare: 340 79 61 329

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Casera Cercenedo

Casera Cercenedo ha una storia particolare perché storicamente è stata un comparto pascolivo di Caneva, mentre oggi l’intero comparto è proprietà del limitrofo comune veneto di Cordignano. I toponimo richiama e pratiche del disboscamento per ottenere praterie artificiali a danno del bosco e questa località è citata per la prima volta alla fine del ‘200.

Da pochi anni la malga Cercenedo ha cambiato gestione ed è gestita da Gian Antonio Favret di Polcenigo che pascola una ridotta quantità di bovini, e tra questi alcuni da latte. Il comparto si sta lentamente rimboschendo e la prateria è in fase di regressione.

La casera da un lustro è stata ampliata con una sala ristorante.

Caneva, località Crosetta, 04381910006, 3357031308

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Casera Fossa di Sarone

Luca Pancotto e la moglie Sonia gestiscono un agriturismo a Fratta di Caneva e a giugno trasferiscono la loro attività in monte avendo affittato una malga dal comune. Questo è il solo esempio in regione di fattoria didattica in malga e l’esperienza pionieristica sta mostrando un certo interesse. I Pancotto nella Busa hanno modernizzato il loro caseificio e avremmo modo di assaggiare i loro prodotti alla sera, ad escursione completata.

Agriturismo Cortivo Pancotto, via Damiano Chiesa 6, Fratta di Caneva, 0434797145

 

 

Per partecipare

La passeggiata si svilupperà per lo più su stradine campestri e sterrate. Un breve tratto sarà fatto in bosco fuori sentiero quindi consigliamo scarpe da e un abbigliamento pesante nel caso cambi il tempo. L’itinerario è circolare e torneremo a Casera Busa di Sarone.

L’escursione prevede una camminata lenta di circa sei ore priva di difficoltà.  Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni.

Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile soprattutto in considerazione delle previsioni del tempo.

Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Luoghi&Territori non sono gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

 

Numero massimo di adesioni: trenta con obbligo di prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni:

Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, moreno.baccichet@gmail.com

Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione: www.legambientefvg.it e www.luoghieterritori.wordpress.com

Ringraziamo per il prezioso aiuto la Regione Friuli Venezia Giulia

[1]                                                                     L. Morgante, Sulla emigrazione nell’America meridionale dalla provincia di Udine – Dati statistici, “Bullettino della Associazione Agraria Friulana”, S.III, V.I, n.14, 30 settembre 1878, 181-184; P., Cronaca dell’emigrazione, “Bullettino della Associazione Agraria Friulana”, S.III, V.II, n.38, 22 dicembre 1879, 301-302

[2]              Tacito Zambelli, Censimento del bestiame della Provincia di Udine (31 dicembre 1868), “Bollettino della Società Agraria Friulana”, n.17-18, 25 settembre 1869, 525-557

[3]              Il dato è riferito al censimento del 1871.

[4]              Il dato è riferito al censimento del 1871.

[5]              Umberto Sellan, Lo stato attuale delle stazioni friulane di monta taurina, “Bullettino dell’Associazione Agraria Friulana”, A.52, n.12-13, 30 giugno 1907, 338-368

[6]              Giovanni Battista De Gasperi, Studi sulle sedi e abitazioni umane. Le casere del Friuli, “Bullettino dell’Associazione Agraria Friulana, A.61, n.1-12, 31 dicembre 1916, 125-237