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Domenica 12 aprile 2015

Ritrovo ore 9,00 presso la Latteria di Marsure

Non sempre le attività di produzione del cibo si legano alla tradizione, ma molto spesso sono frutto di progettualità e di invenzione. Per esempio a metà dell’800 nella pedemontana pordenonese si produssero delle trasformazioni sociali ed economiche che determinarono la riduzione sensibile di ovini e caprini e la nascita del moderno allevamento in stalla delle vacche da latte. A seguito di questo nacquero le latterie sociali e turnarie che oggi sembrano un elemento tradizionale. In questi anni tra Aviano e Budoia sono stati introdotti allevamenti di bufali che risultano essere tra i pochi presenti in regione, come pure è stata ripresa la produzione di latticini provenienti dall’allevamento della capra, sempre più richiesti. Nella pedemontana di Aviano e Budoia l’allevamento in stalla è ancora molto presente ma ha cambiato le sue forme. Le aziende agricole specializzate sono esterne agli abitati storici e assumono forme architettoniche nuove, come le pratiche di alimentazione animale. Le latterie sono sostanzialmente cambiate e lontane dai modelli cooperativistici dell’inizio del secolo scorso. La latteria di Budoia diventa bar Bianco con prodotti caseari biologici che vengono dal Cansiglio, contemporaneamente alcuni produttori locali iniziano a trasformare il latte e a commercializzarlo in proprio. Tra tradizione e innovazione cosa sta cambiando nella pedemontana pordenonese?

Percorso

Come arrivare: Conviene raggiungere la pedemontana pordenonese nei pressi Aviano e raggiunta Marsure seguire le indicazioni per la Latteria. Nei pressi della piazzetta, ci sono molti parcheggi.

Tempo di percorrenza: 8 ore

Grado di difficoltà: nessuno.

Motivazioni per la scelta dell’itinerario

Negli ultimi anni lungo la pedemontana pordenonese si stanno consolidando nuove forme di allevamento anche con la ripresa di alcune tradizioni come la transumanza regionale. Ci interessa molto capire se queste nuove pratiche modificheranno nuovamente il paesaggio pedemontano privilegiando il tema dell’allevamento e sfavorendo l’ampliamento di un paesaggio vitivinicolo tipico, per esempio, della pedemontana veneta. L’escursione da poi conto di una serie di nuove invenzioni delle filiere produttive che tengono conto di un più stretto rapporto con i consumatori che si appoggia anche all’uso di nuove forme di informazione e produzione. Come si può facilmente notare dalla descrizione dell’impatto dell’allevamento tradizionale in un tassello/transetto della pedemontana, attuale regime della presenza degli animali nel paesaggio è tutto fuorché storico.

L’assetto del sistema di allevamento nel villaggio di antico regime entrò in crisi all’inizio dell’800 e il dibattito economico e tecnico degli agronomi dell’epoca disegnò nuovi sistemi di produzione agraria entrati in crisi alla metà del ‘900. Questo nuovo paesaggio dell’agricoltura pedemontana è quindi il terzo disegnato nello spazio di un millennio e per scorgere questi cambiamenti di lungo periodo ci muoveremo lungo la pedemontana molto lentamente intervistando coloro che stanno contribuendo a disegnare un nuovo aspetto del territorio.

Un po’ di Storia del paesaggio agrario: in transetto di Marsure

Un censimento della popolazione animale presente a Marsure nel 1832 ci permette di ricostruire quello che era il carico di animali presenti nel villaggio in un momento relativamente stabile del popolamento. Sappiamo così che il cavallo era ritenuto un animale assolutamente improduttivo, apprezzato solo da quel ceto borghese che non albergava a Marsure. Gli equini non erano popolari nemmeno nelle declinazioni dei muli (solo 8) ne in quella degli asini (13).

Gli animali da soma erano presenti solo in sedici famiglie e queste erano per lo più le più ricche e quelle senza dubbio interessate ai collegamenti da garantire con i boschi più alti. Asini e muli potevano essere utili quasi esclusivamente nelle attività di trasporto tra le terre alte e la pedemontana e quindi la loro presenza era funzionale alle pratiche territoriali estensive più che alle attività dei campi. Si trattava di animali da fatica e anche la ripartizione dei bovini rappresentava questa specialità. Le vacche da latte erano pochissime ed erano nell’800 di una razza grigia alpina diffusa in tutta la pedemontana. Il latte vaccino era difficile da trattare e trasformare prima della diffusione dei caseifici moderni con la tecnica della cagliatura a caldo. Le vacche avevano invece il senso di garantire la capacità di produrre carne e animali da lavoro. Le manze potevano essere uccise per produrre carne importante da vendere, mentre erano senza dubbio considerati più importanti i buoi che garantivano con la loro forza le arature. Non a caso le vacche censite a Marsure nel 1832 erano solo trentuno mentre i buoi erano novantanove. Le famiglie più ricche avevano nella stalla una vacca per la riproduzione e quasi sempre due buoi per il tiro dell’aratro. Non tutte le famiglie del paese erano in grado di poter garantire il mantenimento di animali la tiro utili anche per muovere i carri. Tre famiglie ne avevano solo uno e dovevano farselo bastare. Giuseppe Torat ne aveva tre, mentre la famiglia di Angelo Din, composta solo da sette persone ne aveva ben quattro. Angelo vantava anche una delle greggi più importanti del villaggio composta da quarantasei pecore e cinque capre.

Le famiglie nel villaggio erano ottanta. Dieci famiglie superavano le dieci unità ma queste detenevano un numero consistente di animali e si configurano come degli aggregati famigliari. Tutte queste erano dotare di buoi. Viene facile credere che queste fossero le famiglie che contavano sulla maggior quantità di terreni posti in piano e arativi. Ben trentadue famiglie erano prive di bovini e quindi erano dedite a trattare i propri terreni coltivabili con la zappa. Quasi sempre questi nuclei erano composti da 4-6 persone e in alcuni casi, cinque per l’esattezza, non potevano contare nemmeno sugli ovini e vivevano in una profonda indigenza. Possiamo dire che a Marsure le famiglie più ricche si distinguevano per avere un nucleo numeroso di individui che abitavano sotto lo stesso tetto e avevano un consistente dotazione di animali.

Le pecore erano gli animali “grossi” più diffusi con la presenza di 1135 animali, mentre le capre erano solo 116 distribuite tra ventiquattro famiglie. A loro spettava la ricerca del cibo negli spazi più disgraziati del lungo versante montuoso. Il loro numero estremamente contenuto rispetto a quello delle pecore merita però uno specifico appunto. Le pecore erano considerate più preziose perché fornivano anche una pregevole lana che non era un sottoprodotto poco valutato. Le capre invece erano utilizzate di più per la carne e probabilmente il basso numero di esemplari censiti lasciava fuori i capi che di li a poco sarebbero stati macellati. Un ragionamento simile credo vada fatto per i trentaquattro maiali censiti nelle corrispondenti famiglie. Evidentemente il censimento si limitava a individuare solo le scrofe tralasciando i maiali che entro l’anno sarebbero stati trasformati in insaccati. Vale però la pena notare come i maiali fossero davvero pochi perché, a differenza dei ruminanti, si nutrivano di cibo che poteva essere mangiato anche dall’uomo. La maggior parte delle famiglie e soprattutto le più povere non se lo potevano permettere e si concentravano sull’allevamento degli ovini. Pecore e capre garantivano alle famiglie meno abbienti latte e carne utilizzando per lo più i pascoli pubblici. Vecchi e bambini potevano essere mandati al pascolo mentre le persone più vigorose potevano concentrarsi sui terreni destinati alla produzione delle scorte per l’inverno.

Gli animali minuti (polli oche e conigli) furono censiti solo per gli esemplari da riproduzione altrimenti non si comprenderebbe come in un villaggio che contava quattroncentocinquantotto abitanti gli animali da cortile fossero solo ottocentouno. In realtà il numero degli animali che nel paese vivevano delle magre risorse delle terre alte variava molto all’interno dell’anno e il censimento tende a cogliere più il senso del popolamento animale e umano che il riconoscimento di un valore certo e stabile della pressione degli animali sulle risorse. Quando la terra donava più frutti il patrimonio di animali cresceva fino a subire una drastica riduzione in vista dell’inverno. Nella stagione più fredda si dovevano conservare solo gli animali necessari alla riproduzione per l’anno successivo.

L’analisi delle proprietà degli animali mostra anche molte differenze tra le diverse famiglie dimostrando come nell’800 non ci fossero più all’interno dei paesi delle garanzie egualitarie tra i diversi abitanti con nuclei famigliari poverissimi e quasi privi di animali e altri dotati di greggi importanti e produttive. La famiglia di Giuseppe Lama poteva contare solo su sei pecore nonostante fossero in cinque, mentre quella di Giuseppe Bufonel, composta da quattro individui, poteva contare su due buoi, una mucca per la riproduzione, venti pecore, due capre, un maiale e molti animali da cortile. Le disparità erano sotto gli occhi di tutti e il successo di questo o quel capofamiglia era dettato dalla sua capacità di gestire il patrimonio animale in relazione agli abbondanti pascoli. Solo dieci famiglie erano prive di ovini ed erano quasi tutte indigenti a parte tre che possedevano solo bovini e quindi non erano interessate allo sfruttamento delle grandi praterie inclinate.

Gli animali occupavano regioni agrarie diverse. Bovini e suini si limitavano ai settori più bassi dell’insediamento. I sentieri non erano transitabili nemmeno con le piccole vacche della pedemontana e quello che oggi consideriamo un prodotto tipico, il formaggio di malga, allora non esisteva, come non esistevano le casere intese come piccoli caseifici stagionali.

La permanenza di buoi e vacche in paese, per contro, garantiva abbondante letame per orti e campi, ma per alimentare animali tanto voraci bisognava garantire abbondanti scorte di fieno falciando i settori più bassi della scarpata e i prati della pianura arida. Questi riuscivano a garantire solo uno sfalcio all’anno, ma il terreno poteva essere poi utilizzato per il pascolo autunnale. In ogni caso le case necessitavano di stalle complesse, capaci di contenere in spazi separati bovini, ovini, equini, suini e animali da cortile. Le case più ricche erano dei veri e propri zoo all’interno dei propri alti recinti di pertinenza. D’inverno le greggi dovevano essere portate in paese e al massimo le si poteva far uscire al pascolo nei settori più bassi della campagna d’Aviano quando non c’era la neve. A novembre si cominciava a ridurre l’esigua popolazione di maiali e di capre in modo da conservare il maggior numero di scorte.

Lo storico rapporto tra popolazione insediata e animali domestici cambiò radicalmente proprio verso la metà del XIX secolo su tutta la pedemontana. La rivoluzione dei gusti alimentari e delle modalità di allevamento che favorivano la produzione del latte vaccino trasformarono le stalle del paese: “nel Distretto di Aviano (composto dei tre Comuni di Aviano, Montereale, San Quirino) si è quello dell’essersi gli animali bovini forse raddoppiati in numero, triplicati in valore in un ventennio (…) La stessa ragione, dice il referente, che produsse l’aumento degli animali bovini, produsse la diminuzione dei lanuti, cioé essere passati gl’incolti in mani private, e quindi sminuito il vago pascolo, con che si accrebbe la massa dei foraggi pegli animali da stalla, e si tolse in gran parte il mezzo d’alimento degli animali pascolanti nella primavera e nell’autunno, perché il pascolo estivo nell’alta Alpe sussiste tuttora: ma come si rese scarso quello delle due ricordate stagioni, si dovette sminuire i lanuti; e non si viene con ciò ad approffittare del pascolo dell’Alpe, se non in parte. E sembra che questi sminuiranno ancora; perché finora, come succede in ogni momento di transizione, si supplisce cogli abusi; abusi che dal tempo e dall’interesse privato verranno tolti in tutto o in parte sensibile” (L’annotatore friulano”, a.1, n.9, 12 febbraio 1853).

L’allevamento in stalla finiva per imporsi rispetto a quello tradizionale del pascolo medievale. In età positivista si trasformava completamente l’economia del villaggio modificando il sistema produttivo del settore più importante dell’agricoltura pedemontana, quello dell’allevamento: “tutti sanno, un animale pascolante consuma o sciupa quattro volte più che alla mangiatoia”. Se fino a quel momento erano stati gli animali, gli ovini come abbiamo evidenziato, a raggiungere le risorse foraggere, da quel momento in poi la situazione cambiò radicalmente. L’uomo doveva ascendere il monte e falciare le sue praterie private, portare a valle il fieno e stivarlo in fienili enormi dai quali si sarebbe attinto per l’alimentazione delle vacche ogni giorno. La privatizzazione delle terre pubbliche avrebbe garantito l’aumento della produzione di fieno ma anche una espansione delle terre arate al di fuori dell’antico limite del villaggio. Gli effetti della propaganda delle cattedre ambulanti di agricoltura cominciava a dare dei risultati. L’abbandono della coltivazione di sorgo e segala a favore di una rotazione colturale che introduceva il frumento alternato all’erba medica dimostrava che gli storici campi potevano essere molto più produttivi: “gli anni nei quali i campi restano senza prodotti di cereali, sono largamente compensati dal maggiore prodotto degli anni successivi allo svegramento, dalla maggiore messa di foraggi, e dalla conseguente maggiore possibilità di alimentare animali, e di averne quindi una maggiore massa di letami”.

L’allevamento dei bozzoli integrava sempre più questa economia legata alle nuove forme dell’allevamento, ma si notava come “il Distretto poi fila più seta, che non produca bozzoli”. Più volte nella rivista della società agraria furono notate le difficoltà dell’allevamento dei bozzoli nel settore pedemontano e questo testimonia la scarsa presenza del gelso capitozzato nella pedemontana pordenonese.

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Descrizione dell’itinerario

L’escursione si muoverà per un lungo tratto della pedemontana da Marsure a Budoia attraversando zone agricole ancora pure, ma anche lambendo urbanizzazioni diffuse, o attraversando importanti centri storici come Castello d’Aviano e Santa Lucia. Ci interessa anche notare come in questo momento il valore dei prodotti delle aziende che visiteremo e di quelle transumanti che cercheremo di immaginarci, non stiano minimamente tenendo conto del grande valore economico che il paesaggio, uno dei più belli del Friuli Occidentale, può fornire al prodotto. E’ come vendere il Dolcetto senza sfruttare la grande potenza evocativa delle vigne delle Langhe.

Questo è un problema di comunicazione e di attribuzione di valore che attraversa tutta la società friulana nel suo rapporto con il paesaggio.

Dal centro di Marsure, dopo aver intervistato i responsabili della latteria, scenderemo sui bordi dei terrazzi ghiaiosi del paese, provocati dall’erosione del versante, per giungere nel punto dove si incontrano con i depositi fluvio glaciali del Cellina creando una speciale contropendenza dove nel ‘400 i signori di Maniago realizzarono una importante infrastruttura acquea, la roggia di Aviano. Risaliremo sul bordo di questa leggera increspatura che segna il confine tra due antichi e moderni paesaggi. Qui, seguendo la direttrice della moderna ferrovia abbandonata percorreremo un itinerario che ci permetterà di esplorare visivamente la montagna contro la quale si infrange il mare di ghiaie.

Questo percorso ci permetterà di cogliere i nuovi grandi allevamenti di bovini sparsi nella campagna e contrapposti alla moderna e compatta zona industriale di Aviano.

Ci muoveremo lungo le colline avianesi, fino a Castello per risalire il rilievo attraversando il centro storico per raggiungere poi il Torente Artugna che attraverseremo in occasione del ponte della strada pedemontana entrando in territorio di Bodoia. Qui ci muoveremo ai bordi dell’insediamento per poi raggiungere il villaggio sgranato lungo un sistema di piccole risorgenze a Santa Lucia.

Qui chi vorrà potrà fermarsi con noi per una semplice cena in un agriturismo che una volta tanto non ha la pretesa di essere un ristorante.

Le esperienze che incontreremo

La latteria di Marsure

La prima latteria sociale in Friuli fu fondata il 19 settembre 1880 a Collina di Forni Avoltri.  Nel 1890 le latterie erano novanta per raggiungere il tetto di 652 unità nel 1960. Quella di Marsure, originariamente turnaria, è relativamente recente e risale al 1922, con 150 soci. Prima di allora ciascuno produceva in proprio anche se non sappiamo che tipo di formaggio. La produzione aveva uno scopo prevalentemente famigliare e integrava la ridotta dieta proteica delle famiglie della pedemontana. L’allevamento era diffuso in pratica in ogni famiglia mentre oggi i produttori di latte che afferiscono il loro prodotto alla latteria sono rimasti solo tre, ma con un numero consistente di capi. In modo non diverso l’offerta casearia si è estesa anche attraverso l’invenzione di prodotti e ricette.

E’ interessante notare come l’attività di produzione del latte abbia costruito una serie di grandi aziende agricole ai piedi dei terrazzi del paese, lungo l’asse pedemontano dove un tempo non c’erano costruzioni. La deriva dei bovini li ha portati più vicini alle zone agricole deputate a produrre il cibo per loro.  Passeremo così a fianco di aziende agricole specializzate nell’allevamento.

Una presenza/assenza: i pastori di Aviano

Un fenomeno che non riusciremo a percepire per la difficoltà di raggiungere le greggi avianesi è quello dell’aumento degli ovini in questo settore della pedemontana. Non riusciremo a vederli perché le pecore si muovono continuamente per il pascolo, ma la loro presenza e la loro espansione si è notata di più negli ultimi anni. Dal 1982 al 2010 le pecore in Friuli VG sono passate da 4189 a 10890. Di queste più di 2000 esemplari sono gestiti da pastori di Aviano, Valentino Frison e Carlo Tassan che vantano due grandi greggi che si muovono su diversi settori alpini, tra il Piancavallo e la Carnia.  I percorsi della transumanza hanno un carattere regionale e sono molto diversi quindi dal movimento che gli ovini facevano all’interno dell’orizzonte del villaggio medievale fino alla metà dell’800. Si tratta di una nuova e moderna forma di allevamento ovino del tutto diversa dalla tradizionale, sia per dimensione delle greggi che per la forma aziendale. Questi grandi branchi di pecore nomadi affrontano itinerari antichi che portano animali e pastori dalla pedemontana ai pascoli alti del M. Cavallo contribuendo nuovamente a colonizzare zone altrimenti lasciate alle successioni ecologiche. Hanno quindi, nella loro assenza, un grande significato ecologico e naturalistico. Il possibile futuro aumento di questi animali permetterà il mantenimento delle antiche praterie artificiali inclinate, ormai conservate bene solo nel tratto di Aviano.

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Azienda Agricola San Gregorio di Massimo Cipolat, Castel d’Aviano

Quella di Massimo Cipolat è una azienda giovane e innovativa nel prodotto.  Nella pedemontana pordenonese non ci sono mai stati allevamenti specializzati di capre. Alcune famiglie, in età d’antico regime, possedevano alcune capre a fianco delle greggi di pecore per sfruttare i più aridi pascoli pubblici del versante alpino, ma si trattava sempre di pochi animali. Nell’800 una polemica scatenata dai forestali portò alla drastica diminuzione delle capre accusate di aggredire polloni e tronchi dei pochi boschi presenti sul versante. La crisi di legname combustibile  veniva attribuita alla voracità di questo animale. Oggi la situazione è del tutto opposta. La capra è quasi scomparsa dagli allevamenti famigliari, mentre il bosco in tutta la pedemontana ha un incontenibile vigore. L’allevamento di Castel d’Aviano è quindi un elemento di innovazione e di costruzione di una nuova filiera produttiva centrata sulla stabulazione fissa degli animali.  Le sempre più diffuse intolleranze alimentari rendono questo prodotto interessante per un mercato alimentare nuovo. I prodotti sono latte, caciotta, ricotta, caprino, stracchino, yogurt. L’azienda di Cipolat, come quella di Capramica a Pinzano al Tagliamento, mostra un carattere innovativo trasformando l’allevamento brado della capra in un allevamento in stabulazione fissa.  Questa forse può essere una nuova stagione per questo animale che negli ultimi anni ha quasi dimezzato la sua presenza in regione passando dal 2000 al 2010 da 5.794 esemplari a solo 3285.

L’impresa è nata nel 2009 con cinque capre e si sta trasformando con forme produttive di sempre maggiore successo e filiere alimentari nuove, come quella del gelato, lontano dal mercato di massa e dimostrando come questo tipo di attività ha enormi spazi di diffusione nel momento in cui si trasformi in impresa.


Azienda Agricola Capovilla Michele
 a Castel d’Aviano

Uno dei pochi filoni dell’allevamento in Friuli V.G. che sta crescendo, almeno secondo il censimento del 2010, è quello dei bufali. La grande richiesta di mozzarella di bufala che ha tenuto alto il prezzo del prodotto ha permesso di avere dei compensi sul latte prodotto superiori a quelli della vacca sottoposta a una durissima concorrenza con i produttori del nord Europa. Per questo motivo in regione sono nati alcuni allevamenti di bufale che hanno stimolato la formazione di una filiera produttiva del tutto nuova e ancora in fase di assestamento. Michele Capovilla è uno dei produttori che hanno aderito a questa invenzione alimentare che è già un successo. Nel 1982 i tutta la regione i bufali erano solo 10, mentre a trent’anni di distanza sono 1449. Nel 2000 erano 569 e questo testimonia la grande velocità di espansione di questo mercato se solo pensiamo che nello stesso periodo i bovini in regione sono diminuiti dell’11,5%.  Quello di Capovilla ad Aviasno è uno degli allevamenti più grandi in regione con più di seicento bufale e una produzione trasformata giornalmente di 1.200 litri di latte di bufala al giorno. Recentemente la crisi di Latterie Friulane che garantiva la trasformazione e la commercializzazione di questo prodotto ha messo in crisi la produzione e l’azienda ha cercato di rispondere costruendo una nuova linea di trasformazione presso il caseificio Rodighiero di Valvasone e vendendo parte del proprio latte nel mercato padano.

Capovilla ha reinventato anche il suo sistema aziendale nel tentativo di offrire più prodotti ai consumatori locali attraverso l’apertura di uno spaccio dove si può acquistare latte, yogurt, mozzarella e anche carne di bufala. In questo senso ha tentato anche alcuni esperimenti come quello di stagionare il prodotto realizzando polpette infarinate e affumicate sul modello della pitina di pecora o la produzione di carne secca acquistabile nello spaccio aperto nel 2013.

Agriturismo al Ranch

Visiteremo questo informale agriturismo che condivide con Capovilla il tema dell’allevamento dei bufali. La sola differenza è che qui vengono allevati solo i maschi per la produzione della carne. L’agriturismo si muove prevalentemente sui temi dell’allevamento e al turismo equestre. Qui vengono allevati cavalli e bufali, ma si possono vedere anche i più insoliti yak, i lama e degli strani maiali vietnamiti incrociati con il cinghiale.

Lo zafferano di Dardago

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Da pochi anni nella pedemontana pordenonese è presente per la prima volta la coltivazione del Crocus Savitus dal quale, utilizzando i pistilli del fiore, si ricava lo zafferano. Recentemente l’introduzione di questa coltura nell’alta pianura pordenonese sta attirando molto interesse anche dal punto di vista dei ristoratori locali che stanno sperimentando nuove contaminazioni con la tradizione alimentare.Inizio modulo

I primi produttori si sono uniti nelInizio modulo

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l’l’Associazione Produttori Zafferano Friulano nel tentativo di promuovere un prodotto del tutto nuovo “lo scopo è quello di promuovere e valorizzare la diffusione di questa spezia sul territorio regionale, nonché l’assicurarsi che gli standard di qualità del prodotto e le tecniche di coltivazione rientrino nei disciplinari dello Zafferano Italiano”.

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Da Aviano saliremo a Dardago a vedere il piccolo campo impiantato  per il raccolto del prossimo ottobre cercando di immaginarci quale impatto potrebbe avere questa coltivazione nuova sul paesaggio pedemontano.

Andreazza Massimo

Si tratta di una importante azienda agricola specializzata nell’allevamento di bovini  che è anche una delle sole quattro in Friuli che fanno la vendita diretta di latte grazie a un distributore automatico.  Si tratta di una pratica speciale di distribuzione molto diffusa nelle cascine lombarde, ma quasi sconosciuta in Friuli, dove invece potrebbe diventare una pratica che unisce produttori e consumatori in un patto territoriale.


Azienda agricola R. Andreazza – Fattoria didattica/sociale “Ortogoloso”

A fianco dell’azienda di Massimo Andreazza si trova l’azienda biologica di Roberto Andreazza, l’Ortogoloso. L’azienda agricola con produzione, preparazione e raccolta di prodotti biologici garantisce miele, un piccola produzione di uova, ortaggi, fragole e piante aromatiche attivando canali di vendita al privato. L’azienda è anche fattoria didattica e svolge attività con le scuole della zona.

L’Azienda Agricola Andreazza coltiva 47 ettari di cui 2,5 ad ortaggi. L’impresa ha iniziato la conversione dei fondi ad ortaggi al fine di diventare un’azienda biologica e vende direttamente presso il proprio punto vendita tutta la propria produzione.

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Azienda Agricola Antonio Busetti.
La nostra escursione finirà presso l’azienda agricola di Antonio Busetti a Santa Lucia di Budoia. L’azienda è sorta nel 1985 per la frutticoltura, ma ultimamente sta cambiando e nei nuovi locali dal 2012 produce succo di mela, vino e la produzione di insaccati. In questi locali viene svolta anche l’attività di ristorazione.

E’ probabile che visto il poco tempo a disposizione e il fatto che non tutte le fattorie citate prevedono visite alla domenica alcuni dei casi selezionati non saranno visitati all’interno.

Per partecipare

La passeggiata si svilupperà lungo stradine campestri e strade asfaltate. Sono sufficienti scarpe da ginnastica o da trek e un abbigliamento “a cipolla”. Lasceremo alcune auto a Santa Lucia e provvederemo a riportare gli autisti a Marsure al punto di partenza.

L’escursione prevede una camminata lenta di circa otto ore priva di difficoltà.  Chi viene con i figli è pregato di prestare a loro le dovute attenzioni.

Vi raccomandiamo un abbigliamento conforme alla stagione variabile soprattutto in considerazione delle previsioni del tempo.

Per i problemi finanziari dell’associazione le escursioni di Luoghi&Territori non sono gratuite, ma sottoposte a una quota di rimborso spese per compensare i costi organizzativi. I non iscritti pagheranno 5 euro mentre gli iscritti 3. Per i bambini rimane tutto gratuito.

Numero massimo di adesioni: trenta con obbligo di prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni:

Moreno Baccichet: 043476381, oppure 3408645094, moreno.baccichet@gmail.com

Informazioni aggiornate saranno inserite nel sito dell’associazione: www.legambientefvg.it e www.luoghieterritori.wordpress.com